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Plattner ha saggiamente bloccato la «libera»

09 Febbraio 2026
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Mentre a Milano-Cortina fioccano medaglie per gli atleti azzurri, già a quota 9 dopo un solo weekend di gare, vediamo come se l’è cavata con qualche fiocco di neve di troppo Riccardo Plattner, presidente dei discesisti ai giochi di Grenoble 1968, che il 9 febbraio dovette prendere una decisione importante. Lo facciamo leggendo il racconto offerto da Gianni Clerici:

I nostri non hanno vinto oggi nessuna medaglia, ma sono stati nuovamente protagonisti dell’Olimpiade. Mentre 40.000 spettatori bivaccavano sui pendii di Chamrousse in attesa della libera, le conversazioni su Nones si sprecavano. Intanto, nella capanna di abeti che serve per proteggere gli sciatori dal vento, in cima alla pista Riccardo Plattner, il presidente dei discesisti si trovava davanti ad una delle decisioni più difficili della sua vita: la eventuale sospensione della gara dipendeva infatti da lui. 

Avevo trovato Plattner in alto alla pista, alle 9, avvolto da nembi di vento e di neve, quasi fosse una divinità: stava tutto diritto, con l’aria signorile che gli viene dalla professione di albergatore, e dall’elevato concetto della sua missione di dirigente. Dignitoso sì, ma congelato, tanto che gli offrii subito parte dei cibi che ho cominciato a portarmi dietro, dopo essermi accorto che l’organizzazione tanto lodata può costringere un giornalista sprovveduto al digiuno e forse all’ibernazione.  

Plattner non ebbe cuore di rifiutare l’offerta: masticò un boccone di mela, e poi, con aria molto tesa, mi assicurò che non avrebbe esitato a rinviare la gara, se fosse stato necessario. Non lo invidiavo certo: e non fui tanto sicuro della sua determinazione quando gli annunciai che avrei percorso la libera, nonostante il divieto, senza ricevere in risposta nessuna minaccia. 

Scesi quindi, tra ventate che avrebbero arrestato gli 85 chili di Fogler in mezzo ai poveri Cacciatori delle Alpi che derapavano dalle sette di mattina rasando la neve con gli scietti di alluminio. 

Quando, per sfuggire ad un loro ufficiale che voleva scacciarmi, mi lasciai andare a velocità un po’ più sostenuta, ebbi anche modo di rendermi conto che le condizioni della neve variavano tanto da rendere impossibile il ricalco delle linee di corsa prestabilite. 

Allora mi fermai, uscii di pista, mi mescolai ai 40.000 che salivano a piedi, in sci, armati di bastoni, piccozze, racchette da neve, seggiolini pieghevoli, transistor e persino un televisore portabile. Mi acquartierai presso quel provvidenziale video, ed ebbi modo di ascoltare il solito rovescio di dati anagrafici sui discesisti, e molti commenti sulle diverse possibilità di intraprendere o di sospendere la libera. 

A un certo punto, il cronista non seppe più cosa dire, e cominciò a parlare anche di Nones. Ripeté, in sunto, la valanga di notizie che ieri tutti noi abbiamo rovesciato sui lettori, o telespettatori. Nones apparve via via travestito da fornaio, montanaro più o meno sottosviluppato, rappresentante dei popoli di lingua latina o ladina, mediterraneo e alpino, fidanzato di fidanzata scandinava, doganiere o professionista, ciclista, corridore di ciclocampestre, e infinite altre cose. 

Ascoltavo, riflettevo, mi dicevo che tutte queste notizie erano esatte, eppure, forse, non riuscivano a dare di Franco che un’immagine raffazzonata; lontana dal Franco autentico. D’un tratto mi ricordai di una cartolina ricevuta l’estate scorsa raffigurante la verde riva di un lago finlandese. Dietro c’era il mio indirizzo, il mio nome preceduto da egr. dott. e sotto la firma di Nones; semplice come lui, molto nitida, tutt’altro che goffa, la firma preceduta da una frase di ringraziamento per una racchetta da tennis che ero riuscito a fargli inviare da un artigiano della val d’Intelvi, uno che fabbrica ancora sci di legno fatti a mano. 

Dunque, mentre si aspettavano gli assi della velocità, le televisioni di mezzo mondo parlavano ancora di lui. Sentendo il suo nome, accentato sulla seconda sillaba alla francese, pensai che non uno dei grossi fabbricanti di racchette aveva voluto spedirgli quell’arnese di poco costo, certo pensando che lo sconosciuto sciatore non fosse in grado di poter ricambiargli un po’ di pubblicità. 

Intanto, Franco Nones veniva talmente intervistato, fotografato, importunato, da non riuscire nemmeno a farsi un sonnellino, dopo una notte passata quasi in bianco per le emozioni e gli obblighi di rappresentanza seguiti alla medaglia d’oro. 

Aveva avuto soltanto un momento di respiro, Franco, durante la visita del suo modello e amico, Sixten Jernberg, che gli aveva consigliato, con semplicità uguale alla saggezza, una sciatina solitaria, nel bosco, per ritrovarsi. La voce dello speaker, seguita dai fischi del pubblico, mi richiamò alla realtà della libera. 

Plattner aveva deciso che scendere, cioè correre per una medaglia olimpica – in quella nebbia, – sarebbe stato troppo rischioso, e soprattutto ingiusto per i concorrenti meno cari alle divinità dei venti. Avrei voluto stringergli la mano, per una decisione coraggiosa quanto impopolare. Davvero non stiamo proprio facendo brutte figure, da queste parti.