In occasione dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 riviviamo l’edizione di Grenoble 1968 pubblicando integralmente alcuni memorabili articoli di Gianni Clerici negli stessi giorni in cui uscirono sulle colonne de Il Giorno. Oggi, 10 febbraio, leggiamo del trionfo del grande favorito, Jean-Claude Killy:

Oggi tutta la Francia aspettava Killy: speravano vincesse, certo, perché i nostri cugini sono sciovinisti quanto noi, pur avendo maggior pratica di sport, e quindi cultura sportiva. Speravano, ma, dopo le esaltanti certezze della passata stagione, avevano cominciato, da un paio di mesi, a dubitare. Troppo orgogliosi per ammetterlo avevano immaginato giustificazioni di logica affascinante quanto fragile, durante tutto l’inverno. Via via, le sconfitte di Killy erano state attribuite alla scarsa forma, alla neve fresca adatta agli svizzeri, agli scandali provocati dai dispettosi austriaci, infine alla minaccia di sospensione per professionismo.
Tutte queste erano certo ottime ragioni, ma, al tempo stesso, alibi per il tifoso e per i suoi informatori della stampa e della televisione. Servivano alla gente per tirare avanti cullata da un bel complesso di superiorità alpino, ma non erano utili a Killy, uomo abbastanza intelligente per confessarsi la verità. Killy sapeva benissimo di valer di più dei suoi avversari, e, al tempo stesso, di essere meno in forma, ad esempio, di Nenning. Sapeva anche, se avesse perso in casa, in una Olimpiade voluta dal Generale, su una pista preparata per i francesi, che niente gli sarebbe stato perdonato.
In simili disastrose condizioni, Killy si è davvero dimostrato, prima ancora che un grandissimo campione, un grande uomo. Ha saputo vincersi, ha saputo minimizzare il dramma che gli si addensava attorno. I semplici, comuni atti del sonno, dei rapporti umani, diventavano prove difficili, e Killy riusciva a superarle, con la stessa disinvoltura dimostrata oggi durante quasi tutta la discesa. Ha avuto, Jean-Claude, una piccola incertezza iniziale che l’ha portato ad un lieve ritardo su Périllat, alle Gobbe del Gallo, a due terzi del percorso.
Da questo punto, sotto i miei occhi ammirati, Killy ha dato una dimostrazione di sci che ha interrotto il grido di entusiasmo che l’aveva accompagnato fino dalla partenza. Ha sfiorato due porte in cramponnage, quasi si trattasse dei paletti di uno speciale, e non di un passaggio a cento all’ora; ha anticipato le prime due gobbe del Col de la Balme, volando sì a trenta metri, ma annullando i terribili effetti della seconda, quella che sarebbe stata più tardi causa di una carneficina tra i concorrenti del secondo gruppo. Poi sul lungo tratto piano, dove, per solito, gli svizzeri sono inattaccabili, Killy ha superato definitivamente il suo amico Périllat e Daetwyler sciando ripiegato su se stesso come una sedia a sdraio semichiusa. In questo tratto, che, durante le prove, non era sembrato decisivo ai più, si è risolta questa «libera» ambigua.

