Dopo gli storici ori conquistati dagli atleti azzurri nello slittino doppio femminile (con Andrea Vötter e Marion Oberhofer) e nel doppio maschile (con Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner), guidati dal direttore tecnico della nazionale, nonché leggenda vivente di questa disciplina, Armin Zöggeler, scopriamo qualcosa sull’impresa di Erika Lechner, oro a Grenoble 1968, raccontata da Gianni Clerici il 16 febbraio sul Giorno:

Mentre mi preparo a scoprire lo sport della slitta, che ci ha appena dato la terza medaglia, vedo, dalla finestra dell’albergo, una limousine nera, con le bandierine: a disagio nella divisa da parata azzurra, malcerta sui tacchi degli stivaletti, Erika Lechner vi sale, con un cenno di grata sorpresa per le attenzioni dell’autista. Nella macchina, un intervistatore bravo e implacabile sta pronto a farle ripetere quel che la ragazza ha già ripetuto a me, che ripeterà presto davanti ai microfoni, alle telecamere. Speriamo che Erika non si confonda troppo, e non ricominci — con grave disagio dell’intervistatore — a parlare tedesco, la sua lingua materna, la lingua della minoranza altoatesina: Erika è infatti una ragazza che viene da Maranza, un paesino sperduto della Val Pusteria, una comunità di 500 anime fatta di masi gravitanti intorno a una chiesa.
Erika ha sette fratelli, i suoi sono nati nel ’14, contadini sotto l’impero austro-ungarico: han sempre pensato che molte braccia servissero a meglio opporsi al bisogno, a coltivare i magri declivi dove il bestiame trova poco nutrimento. I genitori di Erika, papà Alois e mamma Maria, hanno ancora un paio di bestie; nessuna sorpresa che la medaglia d’oro dello slittino sia stata, come quasi tutti i campagnoli, anche pastora.
In questo momento, però, Erika è già stata promossa al ruolo di nurse, parola che non conosce, a differenza di schwester e di bambinaia. Infatti, il presidente del suo club, Durchner, l’ha tenuta per qualche tempo in casa, a governare i bambini. E son certo che mai bambini sian stati più sicuri, in un paese dove la slitta è suppergiù, l’unico divertimento.
Ha cominciato a slittare, Erika, naturalmente, come tutti i giovani del paese, collegato a valle soltanto da una funivia: mi ha mostrato, insieme al fratelli Emil, come si deve fare, il busto irrigidito all’indietro, un braccio che si tende nello sforzo di dirigere quei 19 chili di legno e ferro che superano, in certi tratti, la velocità di Killy. Qualche volta le dita perdono il controllo, e la slitta si imbizzarrisce: allora si cade all’indietro, e ci si fa molto male, come è accaduto domenica a Cristina Pabst.
Da quel giorno Erika è stata contesa al suo mondo — un mondo trasportato in blocco in un alberghetto di Villard de Lans. Il suo nome, improvvisamente modificato in Erica da molti giornali, era stato infatti coinvolto nel giallo più sorprendente dell’Olimpiade, quello dei pattini scaldati dai tedeschi cattivi. I poveracci, per difendersi, avevano buttato tutto in politica, dichiarando tra l’altro di ritenere Erika immeritevole del titolo. Ad Erika, d’un colpo, vennero rivolte domande che non riguardavano più la tecnica della slitta, o dell’uso della falce, o del governo dei bambini: sentii con le mie orecchie qualcuno domandarle cosa pensasse delle condizioni di vita della Germania Orientale!
E, più stupefacente ancora, venne la risposta, pronunziata alzando con decisione due occhi di chiarissimo azzurro. Credeva, disse lentamente Erika, che si stesse meglio da noi, in Italia. Furono queste parole a liberarmi dalla preoccupazione, dalle riserve mentali che mi ero portato dietro nell’alberghetto, tra quei ragazzi a prima vista estranei, diversi. Finalmente a mio agio, passai due giorni gradevolissimi, in compagnia di gente giovane, allegra, cortese: insieme al fabbro Emil Lechner, al muratore Mair, al contadino Graber, all’intagliatore Prinoth; ai loro fratelli e cugini, perché nella squadra quasi tutti son parenti.
Si giocava a scopa, si beveva qualche bicchiere eludendo la sorveglianza di Battisti, il consigliere FISI che ormai tutti chiamano lo Strumolo della slitta, e, presto, fui messo addirittura a parte di un segreto che la stessa Erika ignorava: le telefonate del fidanzato, il bobbista Schlemmer, giungevano da Grenoble, e non da Bressanone. Un piccolo trucco, per riservare alla ragazza la bella sorpresa dell’incontro a medaglia vinta.
Intanto le riunioni di giuria si susseguivano con crescenti ritardi, i capisquadra continuavano ad incontrarsi inutilmente sulla pista ridotta ad un ruscello e Battisti e il tedesco occidentale Hartman insistevano perché la gara venisse sospesa alla terza prova e le medaglie assegnate. Questa mattina, verso le 9, nel paesino fece la sua comparsa anche la macchina recante la targa presidenziale del vecchio Brundage. Dopo due ore, finalmente, la giuria si decideva, ed Erika era campionessa olimpica, in una specialità poco conosciuta e praticata, ma molto dura per una ragazza. Dire che la vittoria di Erika onori, insieme, la sua regione e il nostro Paese, non mi sembra, per una volta, scontato o troppo retorico.

