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Zuga, lo scotto dell’inesperienza

Roma, 22 maggio 1977. Finale degli Internazionali d’Italia.
Vitas Gerulaitis (US) batte Tonino Zugarelli (IT): 6-2, 7-6, 3-6, 7-6.

Mi bastava mettere dentro un punto in più, e a quest’ora non sarei qui a parlare.
Starei ancora là dentro a giocare. Non dico di essere stato sfortunato, non mi lamento:
dico solo che il match era diventato eguale.

Questo il commento a caldo dello sconfitto, espresso con un filo di malinconia, al termine della finale degli Internazionali d’Italia del 1977. A pronunciarlo è Antonio Zugarelli, per tutti “Tonino”, uno dei “quattro moschettieri” del tennis italiano, che soltanto cinque mesi prima (il 19 dicembre 1976) avevano sollevato la Coppa Davis a Santiago del Cile. Il contributo di Zugarelli, tennista infaticabile, dotato di un dritto secco e di una mobilità notevole, era stato prezioso soprattutto nella semifinale contro l’Inghilterra, con la conquista di due punti cruciali contro Roger Taylor e John Lloyd.

Per Tonino quella finale al Foro Italico, davanti ai suoi connazionali, era l’occasione di una vita, in un torneo dove non aveva mai superato gli ottavi. L’avversario, il newyorkese Vitas Gerulaitis, all’anagrafe Vytautas, figlio di immigrati lituani stabilitisi a Brooklyn, era senz’altro in ascesa, ma non rappresentava ancora uno scoglio insormontabile, per quanto in quel “magico” 1977 avrebbe poi vinto il suo unico Slam a Melbourne, proprio contro il già menzionato Lloyd. Per Gianni Clerici, ex tennista di buon livello e assiduo frequentatore del circuito in veste di cronista, il fulvo americano era già un giocatore da tenere d’occhio, per quanto manifestasse dei limiti a detta sua vistosi, come si legge nel resoconto della finale, uscito sul Giorno all’indomani del match:

Dopo aver visto Gerulaitis in 4 tornei negli ultimi 3 mesi, so a memoria che il suo colpo più debole è il passante di diritto incrociato, e so anche che una palla cadente e moscia lo impaccia spesso sulla volée di rovescio.

Insomma, secondo Clerici le caratteristiche del “leoncino biondo-rosso” prestavano il fianco a un avversario avveduto e ben istruito, requisiti a detta sua non riscontrabili nel bagaglio di Zuga, come testimoniato dal titolo dell’articolo, dove si parla di “scotto dell’inesperienza”, che ha portato l’italiano a sbattere testardamente contro i punti di forza del rivale, dotato di un grande rovescio slice:

Meno dell’incertezza iniziale nel colpire le prime di servizio, gli ha certo nuociuto l’inesperienza, sua e dei consiglieri, la mancanza di informazioni atte a mettere a fuoco il gioco di Vitas. […]
Lungo tutto il primo set, e per buona metà del secondo, Zugarelli si è purtroppo attentato ad attaccare l’americano nel munitissimo angolo sinistro, e ha, sempre, cercato il passante di forza. A raddoppiare l’errore, Zuga teneva non solo basso, ma anche troppo molle il ritmo, e Vitas scivolava a rete come il cigno del Lohengrin sul palcoscenico, quasi avesse sotto le ruote.

Con questa citazione wagneriana si chiudeva l’affettuosa invettiva con cui lo “scriba” biasimava l’approccio strategico di Zugarelli, lasciando presto spazio agli elogi, elargiti tramite l’uso della parola “hombría” (valore, integrità), classico attributo del torero, figura molto cara a Clerici, che di tauromachia era un “aficionado”:

Aver superato la menomazione muscolare, l’avvio infelice, l’errore tattico, depone decisamente a favore del coraggio, dell’umiltà, in una parola della hombria di Zugarelli.