logo matrice logo matrice
    Home
  • >
  • PERCORSI
  • >
  • Wimbledon ’76: «Ammirazione, rispetto e noia»

Wimbledon ’76: «Ammirazione, rispetto e noia»

Coloro che trovano significati belli nelle cose belle, sono gli uomini colti. Per questi c’è speranza. Essi sono gli eletti, per i quali le cose belle significano solo bellezza.

The Picture of Dorian Gray

Lo “scriba del tennis” Gianni Clerici, vista la sua inesauribile brama di bellezza, apparteneva alla cerchia di quei pochi eletti. Ricami e svolazzi stuzzicavano la sua indole di esteta, smorzate e volée popolavano i suoi sogni più dolci. Dai passi di danza della “divina” Suzanne Lenglen fino ai «colpi arrotondati e geniali» di Maria Esther Bueno, passando per la giocoleria di Justine Henin e le delicate carezze di John McEnroe: nei tocchi leggeri e vellutati albergava l’autentica essenza del gioco del tennis. Di contro, l’impiego esclusivo della forza bruta era sintomatico di una carenza di stile e di raffinatezza, oltre che di un gioco monotono e fin troppo meccanizzato.

L’eterno conflitto tra pallettari e creativi della racchetta ci offre lo spunto per ricordare il cinquantesimo anniversario di una finale storica, che segnò il primo successo londinese per l’astro nascente del tennis mondiale Björn Borg: il primo di una lunga serie.

Ma facciamo un passo indietro. Correva l’anno 1976, quello che si può considerare a tutti gli effetti l’annus mirabilis di Adriano Panatta: il tennista romano raggiungeva la sua definitiva consacrazione in quella stagione, e lo faceva in maniera roboante. Il 30 maggio vinceva gli Internazionali d’Italia battendo l’argentino Guillermo Vilas in quattro set; due settimane più tardi, il 13 giugno, all’indomani del terzo e ultimo successo di Felice Gimondi al Giro d’Italia, Panatta superava l’americano Harold Solomon nella finale del Roland Garros, aggiudicandosi così il suo unico titolo Slam in carriera. Nonostante il suo stato di grazia, che sarebbe culminato a dicembre con il trionfo in Coppa Davis a Santiago del Cile, Panatta non ebbe molta fortuna in quel di Londra. Pur presentandosi ai nastri di partenza come testa di serie numero 5 (dietro soltanto ad Ashe, Connors, Năstase e Borg), l’italiano incappò in una cocente sconfitta al terzo turno e dovette abbandonare il torneo anzitempo, beffato al quinto set dall’americano Charlie Pasarell.

Con l’arrivo dei quarti di finale il tabellone si fece alquanto sbilanciato: da un lato si prospettava un sentiero pressoché spianato fino all’atto finale per il rumeno Ilie Năstase, che in effetti non disattese i pronostici, sbarazzandosi in scioltezza di Pasarell e Ramírez; dall’altro, invece, tutte le teste di serie erano ancora in lizza per il grande duello sul “Centre Court”. Il cammino verso la gloria, per il ventenne svedese Björn Borg, era dunque ben più tortuoso e accidentato: ai quarti l’arcigno Vilas, in semifinale l’americano Roscoe Tanner, soprannominato “The Rocket” per via del suo fragoroso servizio mancino. Come non detto: il biondo “vichingo” fece infatti un sol boccone dei due malcapitati e raggiunse Năstase in finale senza concedere un singolo set agli avversari. Il titolo dell’articolo di Gianni Clerici per le semifinali (Il Giorno, 1° luglio 1976) non lascia dubbi su chi fosse il suo preferito in vista dell’ultimo atto, “L’artista contro il fabbro in finale”:

Due giocatori da terra rossa, un artista e un fabbro, sono in finale di un torneo giocato sulla paglia. Nastase ha limitato i suoi tic, si è rassegnato ad insultare brevemente, e spesso in italiano, i giudici di linea più miopi, e i fotografi più petulanti. […] Nonostante l’erba non lo entusiasmi, e la paglia ancor meno, ha giocato oggi i più inopinati colpi, variando incredibilmente rotazione, quasi avesse in mano un ventaglio. […]
Non troppo dissimile, sebbene molto più rozza, infinitamente meno affascinante, mi è parsa l’altra partita, tra il fabbro svedese, e l’esperto in missilistica (N.d.R. Roscoe Tanner). […] Dopo il match, Borg ha continuato a sostenere, paradossalmente, di avere un po’ male al pancino, e un suo intimo mi ha assicurato che è sceso in campo dopo una nuova iniezione. La storia rischia di diventare comica, e si attende, in caso di vittoria, un qualche certificato che dimostri l’incapacità di Borg a mentire.

Tempo di finale, dunque: la prima volta di Borg a Wimbledon, la seconda di Năstase, che aveva già assaporato l’atmosfera del Centrale nel 1972, sconfitto dall’americano Stan Smith al quinto set. Lo stesso Stan Smith che nell’ottobre di quel 1972 avrebbe infranto nuovamente i sogni di Ilie, impedendo alla sua Romania di sollevare la Coppa Davis in casa:

Era già successo, e precisamente a Bucarest, nell’ottobre del ‘72. Nastase aveva a portata di racchetta la grande occasione per vincere la Davis. Entrava in campo, e la gente lo salutava con lunghi applausi di adorazione. Partiva, giocava qualche colpo proibito ai mortali, e poi, d’un tratto, alle prime raffiche di Stan Smith, si spegneva, come un candelino al vento: 9-7, 6-2, 6-3. Oggi la vicenda si è ripetuta, e deve essere parsa a Ilie un incubo a occhi aperti. Favorito, dato addirittura a un mezzo, dopo che Borg aveva sofferto, a mezzogiorno, tre iniezioni di cortisone, Nastase ha raccolto, all’inizio, un applauso affettuoso e ha attaccato il match quasi giocasse in casa.

“Massacrato l’artista”: così titolava Gianni Clerici il 3 luglio. La finale di Wimbledon 1976 fu l’ennesima delusione per Năstase, che non ebbe scampo e dovette far spazio con riluttanza all’ascesa inarrestabile del campioncino svedese Björn Borg, che avrebbe poi vinto le successive quattro edizioni del torneo londinese, stabilendo un record epocale. Come si può dedurre dal titolo, tanta era l’empatia di Clerici per i patimenti del rumeno quanto il freddo distacco che provava invece nei confronti del “boscaiolo svedese”:

Nastase non aveva mostrato segni visibili di cedimento. Si limitava a calciare nervosamente le zolle d’erba, tirava una pallata a un ragazzino colpevole, ed eccedeva nel tocco, indugiava nel conquistare la rete. Qualcosa doveva invece essersi spezzato, nell’animuccia infantile di quel poeta. […] Ha, per solito, il romeno, uno dei suoi migliori colpi nella volata e nella mezza volata di rovescio. Su quelle pallacce arruffate, invece, Ilie era costretto ad alzare le traiettorie delle sue volée, quando non le mancava addirittura. […] Borg sparava prime palle, Borg trovava il tempo per attaccare da sinistra col diritto, Borg passava con schiaffi a due mani, lungolinea nel sette, e cross di angolazione addirittura perversa. Costretto al ruolo di spalla, Nastase tentava invano di rallentare il gioco, di tagliuzzare la palla, di irridere, con colpetti in contropiede, magari dopo 3 o 4 punti perduti.

Un’agonia straziante per Năstase, una pratica da sbrigare per Borg: un’ora e 47 minuti di dominio scandinavo, per dar forma al 6-4, 6-2, 9-7 definitivo: da un lato un ventenne che vince Wimbledon (il primo di cinque consecutivi) senza concedere un singolo set agli avversari, dall’altro un trentenne che vede sfumare l’ultima grande occasione della carriera. All’indomani dell’incontro, mandato agli archivi anche il celebre “ballo dei vincitori” (“Champions’ Dinner” per gli amici anglosassoni) tra la vincitrice del singolare femminile, la ventunenne americana Chris Evert, e il biondo Borg, Gianni Clerici si lascia andare a ulteriori considerazioni sull’accaduto, senza mascherare le sue impressioni e il suo sarcasmo, tanto da intitolare il pezzo “Ammirazione, rispetto e noia”:

Ed ecco Bjorn Borg, certo non ultimo degli enfant prodiges e certo più forte dei due predecessori. Ha vinto, senza perdere un set. Ha giocato con un muscolo sfilacciato, e, nel pancino, dosi di calmanti sufficienti ad una appendicite. […] Borg è nuovo e diverso dai vecchi campioni di sport, somiglia a un discesista o a un pilota. Arriva o si rompe. Ha corso, così, rappezzato e sempre più veloce. Ha servito come un martello pneumatico, ha adattato all’erba bruciacchiata i suoi terribili passanti liftati. Ha, infine, inventato un colpo d’approccio a due mani, tagliato, che mai gli avevo visto: dietro a questo slice bimane, Bjorn è stato implacabile e velocissimo, nel raggiungere la rete. […]
Capisco che dovrei, a questo punto, provare anche un tantino di entusiasmo, insieme al rispetto per questo minorenne tanto maturo. Non ci riesco, e confesso di esserne dispiaciuto. Il gioco di Borg non appartiene, purtroppo, al filone classico che venero, da aficionado. I suoi punti sono frutto di violenza prima che di tocco, di meccanica precisione prima che ispirazione. Per questo ho tenuto per Nastase, e non vedo cosa ci sia da vergognarsi a confessarlo, come mi rimproverano alcuni lettori. […]
Io non sono, purtroppo, una di quelle ragazzine inglesi che si appuntano al petto ritratti di Borg in forma di fiore, capaci di svenire alla sua vista, capaci di estasiarsi ai suoi silenzi. Bisognerebbe, forse, cambiare di tanto in tanto i giornalisti, soprattutto quelli sportivi, così come cambiano, sulle scene, i campioni. Io sono qui, spiaciuto che Nastase non abbia vinto, e dovrei invece esser felicissimo, a festeggiare, insieme ai vichinghi. […]
Borg mi ispira stima, ammirazione, rispetto, ripeto. E insieme, un profondo disagio e, diciamolo pure, una bella noia.