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Uno scrittore prestato allo sport

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Io comincio a credere oggi, forse perché sono un po’ suonato, di essere un buonissimo scrittore. Non l’ho mai creduto.
(intervistato da Rivista Studio nel 2012)

Premessa

Come recita il titolo della presente sezione, Gianni Clerici è a tutti gli effetti ‘uno scrittore prestato allo sport’: tale definizione, che peraltro gli dava non poco fastidio, proveniva da colui che della scrittura raffinata era stato l’alfiere, ovvero Italo Calvino. È chiaro che, per esser degna di un trattamento simile, la produzione di Clerici possiede dei pregi che non sfuggono al lettore attento e sensibile. Le sue influenze letterarie, deducibili anche dallo stile dei suoi articoli, hanno un indirizzo ben preciso: aldilà della letteratura francese, conosciuta grazie ai consigli di Gianni Brera, che ne era traduttore, i punti di riferimento principali sono i britannici, su tutti Edward Morgan Forster, George Orwell, William Somerset Maugham, Wystan Hugh Auden e il prediletto Evelyn Waugh; come dimenticare poi gli americani e, naturalmente, i migliori fra gli italiani: «La mia generazione si è formata su Hemingway e Fitzgerald tradotti, a partire da Pavese per andare a Fenoglio» (Roberto Andreotti e Federico De Melis, Wimbledon gioventù dorata, Il Manifesto, 26/06/2004); e ancora «Mi attengo ai metodi della scrittura automatica dei futuristi, e di quel Marinetti che venne a morire proprio sul lago di Como, a Bellagio. Inizio come fosse una lettera, una annotazione, e poi tutto viene da sé» (Il cantastorie instancabile, p. 90). 
Prima di analizzare la sua produzione, è bene citare la prefazione alla prima edizione de Il cantastorie instancabile: Gianni Clerici lo scrittore, il poeta, il giornalista (Le Lettere, Firenze 2010), biografia autorizzata redatta da Veronica Lavenia e Piero Pardini: «Se la fama e la fortuna del giornalista e saggista hanno da tempo superato i confini nazionali, ottenendo i massimi riconoscimenti a livello mondiale […], non è possibile affermare lo stesso per il Clerici scrittore. L’autore di racconti rari, il romanziere dalla straordinaria ironia, il poeta, elogiato anche da Giovanni Raboni e Attilio Bertolucci, è rimasto, in parte, intrappolato nel limbo dei giornalisti ‘aspiranti’ scrittori. I timori sollecitati dagli illustri ‘zii adottivi’ Soldati, Bassani e Brera, che ben conoscevano certi aspetti provinciali dell’Italia, non erano infondati» (p. 11).  

Esordi e primi riconoscimenti

La carriera letteraria di Gianni Clerici ha inizio nel 1966. Con il patrocinio di Giorgio Bassani e Mario Soldati, cari amici e correttori di bozze d’eccezione, Clerici presenta, nella cornice del Premio Strega, il suo romanzo d’esordio, Fuori Rosa (Vallecchi Editore, Firenze), tratto dalla commedia di ambientazione calcistica Call girl. L’accoglienza dell’opera, in un contesto colmo di scetticismo per un giornalista datosi alla scrittura, si rivela tiepida, per non dire fredda: «La stessa patronessa dello Strega, la Signora Bellonci, giungerà a dirmi: “Ma lei è lo stesso che si occupa di sport sul Giorno?”. Ci mancava aggiungesse che facevo correttamente i congiuntivi» (Il cantastorie instancabile, p. 20). 
Clerici si prende dunque una pausa, fino alla pubblicazione, nel 1974, del trittico intitolato Quando viene il lunedì (Mondadori, Milano): oltre al racconto che dà il nome alla raccolta, un «romanzo sul declino di un campione che va a giocare in provincia» (intervistato da Maurizio Crosetti, Repubblica, Torino), nel libro sono compresi Altri Clown (nuovo titolo dato a Fuori Rosa) e I gesti bianchi (in seguito rinominato Costa Azzurra 1950). Nella seconda di copertina della prima edizione Cesare Garboli, amico dell’autore, ne sintetizza così una dote saliente: «Clerici conosce l’impietosa arte del narrare oggettivo». A proposito di questa raccolta, nelle teche dell’Archivio Luce è conservata una curiosa intervista di Clerici all’amico Giorgio Bassani, registrata in occasione della pubblicazione della trilogia e andata in onda all’interno del cinegiornale.

Tratto dall’albo d’oro del Premio Vallecorsi

Non solo romanzi: nel 1986 Clerici si aggiudica il Premio “Vallecorsi”, riconoscimento pistoiese per lavori teatrali in prosa e in lingua, con Ottaviano e Cleopatra, commedia alla quale era molto legato e per la cui rappresentazione aveva chiesto consiglio a Vittorio Gassman (vedasi la corrispondenza).

Nonostante i riconoscimenti, Clerici ha sempre parlato con modestia dei suoi testi teatrali: «Le mie commedie fallite hanno sempre prodotto romanzi. Io mi ritengo un commediografo fallito» (Il cantastorie instancabile, p. 71).
Nel 1988 pubblica il romanzo di ispirazione orwelliana Cuor di Gorilla (Mondadori, Milano), il cui titolo originale era Darwin contro Mango: al suo interno ci viene presentata una scanzonata banda di cinque scimpanzé ai quali viene attribuita una cittadinanza italiana fasulla per poter partecipare al campionato di pallacanestro. Dietro all’apparenza frivola e dissacrante della storia si celano quesiti antropologici e riflessioni sulla pedagogia e sulla psiche umana. 

Consacrazione

La fama internazionale, già toccata con mano dopo lo strepitoso successo di 500 anni di tennis (1974), si consolida nel 1995, quando Clerici pubblica I gesti bianchi con l’editrice milanese Baldini e Castoldi: per questa collaborazione è fondamentale il ruolo di Oreste del Buono, direttore della collana di letteratura, che si era prodigato per promuovere la reputazione del Clerici scrittore. La raccolta, che vedrà nel corso degli anni diverse riedizioni, è composta dai romanzi brevi a sfondo tennistico Londra 1960 (legato agli anni londinesi di Clerici), Costa Azzurra 1950 e Alassio 1939: quest’ultimo racconto, che presenta la genesi dell’amore tra il Clerici bambino e il gioco del tennis alle soglie del conflitto mondiale, verrà tradotto in francese nel 2000 dall’editrice Viviane Hamy e otterrà le vivissime congratulazioni dell’allora Primo ministro Lionel Jospin (vedasi corrispondenza).
Sempre nel 1995 va in scena con successo alla Biennale di Venezia Tenez Tennis, opera teatrale ispirata alle gesta della ‘divina’ Suzanne Lenglen, icona del tennis di inizio secolo.

Due anni più tardi esce Il giovin signore (Baldini Castoldi Dalai, Milano), romanzo di formazione dove il protagonista è in costante balìa degli eventi, tanto che «L’autore pare infatti impegnarsi nella delazione e nell’accusa dei difetti del proprio personaggio» (dalla prefazione di Oreste del Buono). 
Con l’avvento del nuovo millennio è di nuovo tempo di teatro: nel 2000 va in scena Suzanne Lenglen. La Diva del tennis. Rappresentata al Teatro Belli di Roma, per la regia di Furio Andreotti e con una giovane Paola Cortellesi, l’opera mostra trionfi e conflitti dell’atleta che cambiò per sempre le sorti del tennis femminile con il suo stile e la sua tenacia controcorrente.  
Nel 2004 è la volta di Erba rossa (Fazi Editore, Roma), romanzo che nasce da una delle trasferte di Clerici e dipinge, sulla scia di alcuni intrecci romantici, la Praga degli anni Sessanta, dove, come recita la poesia iniziale, «Falciata l’erba rossa torna il verde. Ma sono dispersi i fili più innocenti» [V].

Anni recenti

L’esordio poetico di Clerici avviene nel 2005 con la raccolta Postumo in vita (Sartorio, Pavia). L’autore ha confessato, nella postfazione, di essere sempre stato alquanto restio a pubblicare i suoi versi: «Ho sempre scritto poesie ma di nascosto. Mentre in ogni altro genere letterario mi sono sottoposto a un giudizio, non avevo mai trovato il coraggio di proporre a un editore i miei versi». 
Un anno più tardi, nel 2006, Clerici pubblica la raccolta di racconti Zoo. Storie di bipedi e altri animali (Rizzoli, Milano): in questa carrellata di personaggi spesso ispirati a individui conosciuti realmente, l’autore utilizza ironia e sarcasmo per tratteggiare le storture di un’umanità talvolta bestiale. 
Nel 2007, nella cornice del Teatro Valle di Roma, va in scena Mussolini. L’ultima notte, il più recente progetto del Clerici commediografo: sul testo della commedia si basa il romanzo con lo stesso titolo, pubblicato da Rizzoli nella collana La Scala
Si torna a trattare di racconti nel 2008 con Una notte con la Gioconda (Rizzoli, Milano), una raccolta di dodici storie di personaggi stravaganti legate al tema della scrittura. 
Il 2011 è nuovamente anno di poesie, con l’uscita de Il suono del colore, sua prima collaborazione con la casa editrice romana Fandango: qui, come nella precedente antologia, trapela il Gianni Clerici persona, prima ancora che autore, tra ricordi personali e sentimenti intimi.

Sempre per Fandango, un anno più tardi, viene pubblicato Australia Felix, romanzo che, tra le pieghe della trama, affronta tematiche sempre attuali, quali la condizione delle minoranze etniche (qui gli aborigeni australiani) e le incoerenze della civiltà occidentale. 
È del 2017, invece, il romanzo Diario di un parroco del lago (Mondadori, Milano), dove Clerici racconta, tramite le parole di un curato, aneddoti e segreti degli sfrosadòr, contrabbandieri di sigarette al confine con la Svizzera. Da notare il sapiente utilizzo di un linguaggio ibrido tra italiano e dialetto, che l’autore aveva studiato sui testi del poeta Carlo Porta: «La grande filologa Maria Corti riteneva che io scrivessi in un gergo da lei definito ‘lombardese’. E cioè una mia lingua personale, figlia dell’inglese e del dialetto lombardo. È una delle cose più giuste che siano state dette sulla mia scrittura» (Il cantastorie instancabile, p. 23). 
Pubblicato da Baldini e Castoldi, risale al 2020 l’ultimo libro di Gianni Clerici: il romanzo, intitolato 2084. La dittatura delle donne, narra di un futuro distopico, dove moderne Amazzoni governano un mondo gestito da robot e supercomputer, in cui la riproduzione della specie umana è strettamente regolamentata e qualsiasi forma di creatività sorvegliata con sospetto. Tutto questo fino all’avvento della piccola Irma, che sconvolgerà ogni cosa.