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Roy Emerson: nel posto giusto al momento giusto

Roy Emerson nel 1962

Soltanto quattro tennisti nella storia sono riusciti nell’impresa di vincere almeno due volte tutti i Major in singolare: si tratta di Rod Laver, Rafael Nadal, Novak Đoković e Roy Emerson. Primatista per numero di titoli complessivi (28), l’australiano Emerson è l’unico ad aver vinto tutti i tornei dello Slam sia in singolo che in doppio, e prima dell’avvento di Nole deteneva anche il record di successi all’Australian Open (6). E allora perché il nome di Roy Emerson non compare quasi mai quando gli appassionati si arrovellano nel tentativo di determinare quali siano i più grandi interpreti di sempre di questo sport? Una risposta ha provato a darla il “nostro” Gianni Clerici, che durante gli anni Sessanta ha visto “Emmo” sbaragliare ripetutamente la concorrenza e far man bassa di allori.

Nicola Pietrangeli ritratto con la Coppa Davis, Australia 1961

Sulle colonne de Il Giorno, nel dicembre del 1961, a poche ore dalla finale di Coppa Davis che si sarebbe disputata al Kooyong Stadium di Melbourne tra Australia e Italia, lo “scriba” Clerici, intento a passare in rassegna gli avversari della comitiva azzurra (tra cui figuravano anche i nomi di Rod Laver e Neale Fraser), descriveva in questi termini le caratteristiche tecniche dell’allora venticinquenne nativo di Blackbutt, nel Queensland, senza far mistero della scarsa considerazione riservatagli:

Emerson gioca piatto di diritto e rovescio, e viene avanti appena può; le sue intenzioni sono sempre scoperte, e la sua forza consiste nel giocare tanto rapido da non permettere all’avversario, pur consapevole, di opporsi in tempo. Questo gioco va benissimo quando Roy è al meglio, e gioca tranquillo: basta però una lieve contrazione per diminuire la velocità, ed allora l’australiano è vulnerabilissimo, e i suoi schemi ripetuti divengono facilmente contrabili.

Tutte osservazioni fondate e condivisibili, volte a fomentare un clima di ottimismo nei cuori degli affezionati lettori della testata milanese, se non fosse che poi, a conti fatti, il buon Roy Emerson avrebbe concluso quella Davis perdendo soltanto uno (!) dei tredici set disputati tra singolo e doppio contro i tuttofare italiani Pietrangeli e Sirola. Un Emerson in totale controllo, insomma, ben diverso da quello visto contro Pietrangeli qualche mese prima sul centrale del Circolo della Stampa di Torino, durante gli Internazionali d’Italia del maggio 1961, dove le sue velleità si erano infrante in semifinale contro un Nick in grande spolvero, che avrebbe poi superato anche Laver, aggiudicandosi il trofeo. La cronaca fornitaci da Clerici è di quelle da ricordare:

Emerson, tutto serio, ha la faccia stortata da rughe di concentrazione: ha vinto i campionati internazionali d’Australia, non si sente più il giocatore di doppio, sempre e solo di doppio, sempre riserva condannata a giocare in Davis a incontro già vinto. Comincia, spingendo al massimo il ritmo, attaccando duro, seguendo il servizio dal movimento ondeggiante, concluso da uno «slice» preciso che manda la palla sempre allo stesso punto, dove le linee bianche formano un angolo retto: arrivato a rete, tira «volées» nette e accurate come la scriminatura dei capelli; che conserva miracolosamente indenne, in tanto avventarsi. 
Con questo gioco splendente, ancorché rudimentale, è presto 4-2, e tutti si domandano come la finirà: Nicola intanto s’è prima intiepidito, poi addirittura scaldato, cosa dico?, arroventato, se si giudica dalla temperatura dei «passanti» che cominciano a piovere sul povero australiano: pallacce al calor bianco, sibilanti, dirompenti che infilano, bucano, stracciano, lasciano Emerson sbrindellato come la sentinella di una polveriera esplosa. 
Tutto malconcio ma sempre volenteroso, l’australiano si inventa nel crapone a dirigibile questa pensata: – E se provassi a fare il regolare? Se mi trincerassi qui in fondo, a far la guerra di logoramento? Magari potrei stancarlo, cecchinarlo quando vien di sotto. 
Detto, fatto, comincia a sollevare palle asfittiche, che ricadono a schiacciarsi molli quasi fossero bignés; Nicola, per un momentino, subisce il cambiamento di ritmo: poi trovata la misura, inizia una festa di palle «festate» che imbottiscono per bene il nemico. Rimonta presto, e gli dà un altro 6-4. Cosa può fare ormai il povero Emerson?

Lo stesso Nicola Pietrangeli, intervistato nel 2023 da Enzo Anderloni, ricordava così i suoi incontri con Roy Emerson: «Giocare contro di lui mi piaceva, perché si lanciava sistematicamente all’attacco e subiva il mio pallonetto. Serviva, faceva la prima volée e poi si attaccava letteralmente alla rete. E io regolarmente lo ‘lobbavo’».

Laver stringe la mano a Emerson dopo la cerimonia della premiazione, Roma, 15 maggio 1962

Gli Internazionali d’Italia sarebbero rimasti un vero e proprio tabù per Emerson, fermato in finale dal connazionale Rod Laver nel 1962 e in semifinale da Boro Jovanović l’anno successivo, nonostante i ‘bookmakers’ lo dessero per assoluto favorito, come riportato dallo stesso Clerici (05-05-1963: Da oggi gli «internazionali» con Emerson grande favorito), che non risparmia una frecciatina all’australiano, beneficiario — a detta sua indegno — di un primato incontrastato, figlio del fuggi-fuggi di tennisti verso il paradiso dorato del professionismo:

Andato Laver tra i professionisti, dove Hoad e Rosewall lo dominano, Emerson è quindi diventato automaticamente il miglior dilettante del mondo: e si fa pagare con gli interessi il mancato passaggio nella troupe di Kramer. Non è ora il caso di rilevare l’antistoricità e l’ipocrisia di regolamenti che permettono che tutto questo avvenga: bisogna soltanto notare che il migliore fra i dilettanti potrebbe essere battuto da almeno sei professionisti se Roma fosse un torneo «open».

Clerici rincara la dose l’anno successivo, in vista di Wimbledon, insistendo sugli scarsi meriti dell’australiano, che ha saputo occupare caparbiamente il vuoto di potere lasciato dai vari Hoad, Rosewall e Laver:

Da quando Laver passò professionista, Roy Emerson è il più forte tennista del mondo. Non è certo, la sua, la superiorità del campionissimo che dà un’impronta personale a un periodo della storia del tennis: ma è sufficiente per vincere la gara giusta al momento giusto. Non che Emerson sia tanto più forte dei suoi avversari: il suo margine di sicurezza è minimo.

Nonostante a Gianni Clerici lo stile di gioco di Emerson non andasse troppo a genio, tra i due esiste un curioso punto di contatto: entrambi hanno contribuito alla redazione di manuali di tennis, fornendo i rudimenti tecnici e posando per le immagini di corredo. È del 1972 Il tennis facile, prontuario tennistico pubblicato da Clerici per Mondadori Editore, tra le cui pagine l’autore fa anche da modello, mostrando la corretta postura, le varie impugnature della racchetta e le diverse maniere di colpire la pallina. Allo stesso modo, nel 1976 esce Tennis for the Bloody Fun of It, scritto con la collaborazione di Barry Tarshis, con protagonisti Rod Laver e Roy Emerson: nel testo i due campioni australiani illustrano le principali tecniche, dispensando consigli e segreti su come approcciare al meglio il gioco con racchetta e pallina più amato al mondo.